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Dolores Francine Rhiney

Sulla passerella della Sala Bianca di Palazzo Pitti, nella sua seconda edizione

- quella del gennaio 1953 - si consumò un episodio che rivelò con chiarezza le tensioni latenti nel nascente sistema moda italiano. Le sfilate fiorentine rappresentavano allora un osservatorio privilegiato sul futuro economico del settore: vi convergevano compratori americani,

stampa internazionale e aspettative di legittimazione globale.

In apertura di una delle presentazioni fu annunciata la presenza di una mannequin afroamericana, Dolores Francine Rhiney, scelta da Vincenzo Ferdinandi per esaltare la nuova linea di tailleur chiari e color pastello a contrasto con la carnagione della giovane.    

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La decisione provocò l’immediata reazione di Giorgini, patron della manifestazione, preoccupato che la presenza di una modella nera potesse urtare la sensibilità

dei buyer statunitensi, in un momento in cui negli Stati Uniti la segregazione razziale

era ancora una realtà normativa e sociale - solo due anni più tardi Rosa Parks

avrebbe compiuto il gesto destinato a innescare la stagione delle mobilitazioni

guidate da Martin Luther King Jr..

La posizione fu tuttavia irremovibile: “O sfila Dolores o rimettiamo tutto nei bauli

e si torna a Roma!” fu la risposta di Ferdinandi. Risposta che mise alle strette

il marchese Giorgini. In gioco non vi era soltanto una scelta estetica,

ma anche l’affermazione di un principio. La passerella, spazio apparentemente neutro

di esposizione del prodotto, si trasformava così in luogo di conflitto simbolico.

 

Dolores sfilò, diventando la prima donna nera a calcare ufficialmente una passerella italiana.

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Lo scalpore fu immediato e trovò eco anche sulla stampa nazionale e estera - se ne occupò,

tra gli altri, una giovane Oriana Fallaci che definì quella di Ferdinandi, ‘una trovata’ - ma l’evento non compromise l’esito commerciale della manifestazione, che anzi si rivelò un successo.

L’anno seguente la stessa modella venne nuovamente invitata a Firenze, segno

di una normalizzazione già in atto, e intraprese collaborazioni con Roberto Capucci

e successivamente con Emilio Pucci. Anche il cinema la intercettò, pur confinandola in ruoli stereotipati che riflettevano le ambivalenze culturali dell’epoca. L’episodio ebbe tuttavia conseguenze istituzionali: l’esclusione di Ferdinandi dalle successive manifestazioni fiorentine contribuì ad accelerare la definizione di un asse romano dell’alta moda. 

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Insieme a figure come Emilio Schuberth, Alberto Fabiani e le Sorelle Fontana, prese forma

il SIAM, Sindacato Italiano Alta Moda, nucleo originario dell’attuale Camera Nazionale

della Moda Italiana, segnando un passaggio decisivo nella strutturazione del fashion-system capitolino. La vicenda del 1953 assume così un valore che eccede l’aneddoto. Nel momento stesso in cui la moda italiana cercava riconoscimento internazionale, la passerella divenne teatro di una tensione tra mercato globale e rappresentazione del corpo, tra diplomazia economica

e responsabilità simbolica. La scelta di Dolores non fu soltanto una presa di posizione contingente, ma l’espressione coerente di una personalità creativa insofferente ai compromessi:

uno spirito libero e controcorrente che, lungo l’intero arco della propria vita e carriera,

avrebbe continuato a privilegiare l’autonomia del gesto e la fedeltà alle proprie convinzioni rispetto alle convenienze del sistema.

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Her Story

Dolores Francine è una figura avvolta da un alone di mistero a partire già dalle sue origini: diverse fonti le attribuiscono infatti luoghi di nascita differenti, tra cui Hawaii, Giamaica, Haiti e, non ultimo, Harlem a New York. Anche il suo cognome appare incerto e variabile

nei documenti e nelle testimonianze, venendo riportato come Rhiney, Rheney, Reehney

o Rinheey. Nel corso della sua vita, Dolores fu inoltre conosciuta con vari soprannomi evocativi, come Bambi,“statuetta color cioccolato”, “principessa nera” o “dama malinconica”,

appellativi che riflettono sia il suo fascino sia l’aura enigmatica che la circondava.

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