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La Sala Bianca

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Luglio 1952. La luce dell’estate entra dalle alte finestre della Sala Bianca di Palazzo Pitti, rimbalzando sui pavimenti di marmo e accendendo gli stucchi come luminosi bagliori danzanti. 
Le manifestazioni della Fashion Show fiorentina, precedentemente svolte presso villa Torrigiani, residenza di famiglia del marchese Giovan Battista Giorgini, patron della manifestazione, 
e successivamente all’Hotel Excelsior, hanno bisogno di una sede più rappresentativa

e soprattutto di maggior capienza. La Sala Bianca sembra essere il luogo adatto.

Dietro le quinte, le modelle si muovono tra specchi e poltrone, aggiustando con un gesto 
rapido i capelli o i lembi dei tessuti. Vincenzo Ferdinandi
 passa tra loro con occhio esperto, soffermandosi sui dettagli di ogni suo tailleur, mentre Roberto Capucci sistema quasi incantato un drappeggio scultoreo e Jole Veneziani sfiora un tessuto leggero, come per verificare

che la luce ne faccia risaltare il colore. Gli altri atelier - Germana Marucelli, Antonelli, Carosa, Giovannelli-Sciarra, Polinober e Vanna - completano il mosaico di stili e visioni. Ogni creatore ha la propria gestualità: un gesto nervoso, un sorriso rapido, uno sguardo attento,

ma tutti condividono lo stesso obiettivo: far vibrare Firenze e il suo nascente Made in Italy.

 

La rappresentanza dei buyer americani è elevata. Partecipano alla sfilata 200 giornalisti

e 500 buyer e curatori, tra cui Harold Koda - Costume Institute Metropolitan Museum,

Norman Norell - NN Ltd, Ethel Frankau e Julia Trissel della Bergdorf-Goodman, B. Altman & co. di NY con Gertrude Ziminski, Seymour Fox NY, Neiman Marcus, Saks Fifth Avenue NY,

Henri Bendel NY, Marshall Field & Company Chicago, Hattie Carnegie NY, 

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John Wanamaker Philadelphia, Jordan Marsh Company Boston con la buyer Carro Krug, la Henry Morgan & co. di Montreal con John Nixon, la I. Magnin & Co. guidata

da Hector Escabosa giunto a Firenze assieme a Stella Hanania e Odette Tedesco

e infine Hannah Troy nota buyer e produttrice di abbigliamento il cui interesse

fu decisivo per il successo del Made in Italy  e Ann Roberts di NY che fece sfilare

i nostri capi ad Atlantic City. Le giornaliste Bettina Ballard di Vogue, Sally Kirkland

di LIFE, Alice Perkins di Women’s Wear Daily e Carmel Snow, editor di Harper’s Bazaar assieme a Irene Brin, corrispondente per l’Italia, osservano in silenzio, annotano impressioni, si scambiano sguardi d’intesa con una luce nuova negli occhi.

Ogni passo sulla passerella è studiato, ogni piega del tessuto racconta qualcosa

di nuovo: i tailleur precisi di Ferdinandi dialogano con le forme pittoriche

di Marucelli e con la spettacolarità dei tessuti di Carosa. I colori sembrano muoversi con le modelle, la luce li accende e li fa vibrare davanti agli occhi del pubblico.

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Non è solo una sfilata: è un linguaggio che parla di eleganza, innovazione e identità italiana. Firenze si trasforma, per poche ore, in un laboratorio di bellezza e creatività,

dove la storia rinascimentale incontra la modernità. L’applauso finale non è solo

per gli abiti: è per la nascita di un fenomeno destinato a conquistare il mondo.

La Sala Bianca diventa simbolo di un’Italia capace di innovare, e di un Made in Italy

che prende finalmente forma davanti agli occhi di tutti.

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F i r e n z e ,   P a l a z z o   P i t t i   /   G i a r d i n i   d i   B o b o l i  :   
F e r d i n a n d i   p r e s e n t a   i   s u o i    t a i l l e u r   d a   c o c k t a i l   e   d a   g r a n - s e r a    

« A l l e   1 7   i n   p u n t o   d e l   2 2   l u g l i o   L o r e d a n a   c o n   p a s s o   d o n d o l a n t e   
e d   e l a s t i c o   è   u s c i t a   s u l l a   p a s s e r e l l a   s o r r i d e n d o   a i   m o l t i   v i s i   
o r m a i   n o t i   d e i   c o m p r a t o r i   d e l l e   p i ù   i m p o r t a n t i   c a s e   
d e l l a   C a l i f o r n i a ,   d i   M o n t r e a l ,   d i   P i t t s b u r g ,   d i   N e w   Y o r k 
» .

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