
Via Veneto 108 e La Dolce Vita

La via Veneto dove Ferdinandi aprì il proprio atelier al civico 108
era il centro mondano e culturale di Roma. Un frenetico viavai di intellettuali che si ritrovavano nei Caffè, politici che discutevano le sorti del mondo, produttori cinematografici, attrici già affermate, belle ragazze e giovanotti speranzosi di essere scritturati da qualche grande nome,
erano i protagonisti di uno spettacolo che andava in scena tutti i giorni
a ogni ora del giorno e della notte. Il rombo dei motori delle auto sportive unito al vociare che si levava dai tavolini di Doney, del Caffè Strega
o dell’Harry’s Bar era il chiassoso sottofondo delle fiumane di persone
che inondavano entrambe le sponde. Quando lo scrittore americano
Giorgio Nelson Page prese in quegli anni la cittadinanza italiana,
un amico gli chiese come facesse a lasciare Broadway per Roma.
Rispose: «Lascio Broadway per via Veneto: non c’è paragone».
Una via immortalata dalla penna di Oriana Fallaci, nel suo reportage
pubblicato sull’Europeo intitolato “Via Veneto decolleté di Roma”,
in cui stilò il resoconto di una tipica giornata nella mondanissima strada,
dove le ore venivano scandite dai diversi personaggi che emergevano
l’uno dopo l’altro. Via Veneto fu la culla della Dolce Vita, anche grazie
al fenomeno della Hollywood sul Tevere: attori, produttori
e tutti i più importanti volti del grande schermo iniziarono a inondare
le vie e i locali della città.
Nel secondo dopoguerra infatti, molte produzioni cinematografiche americane
si trasferirono a Roma, negli studi di Cinecittà, attirati sia dai prezzi irrisori
che dai paesaggi da cartolina. Inoltre, gli aiuti economici statunitensi
del Piano Marshall, che avevano come scopo la ricostruzione dell’Europa
in seguito al conflitto, sancirono la ripresa economica dell’Italia e trasformarono
il Bel Paese in una sorta di colonia americana. Le numerose dive di Hollywood
che si riversarono tra le vie della capitale, oltre ai locali e ai salotti di via Veneto,
iniziarono ad affollare anche le numerose sartorie d’alta moda che avevano aperto all’indomani della guerra. Tra queste, quella di Vincenzo Ferdinandi.
La sua atelier diventò ben presto il salotto di una nuova alta società,
quella legata alle stelle del cinema e del jet-set, come Ingrid Bergman,
Anna Magnani, Jennifer Jones o May Britt.
“Lollo in Yellow”, titolavano i rotocalchi che immortalavano Gina Lollobrigida
in un tailleur giallo firmato Ferdinandi. Alcune carriere trovarono in quei saloni
un terreno fertile per sbocciare e raggiungere l’attenzione internazionale,
come nel caso di una giovanissima Marta Marzotto o una ancor più giovane
Elsa Martinelli che era solita frequentare l’atelier di via Veneto per accompagnare
le sorelle più grandi che vi lavoravano come sarte, passando il tempo
a giocare con aghi, fili e ritagli di stoffa.

Un pomeriggio un’indossatrice non si presentò e Elsa venne scelta
da Ferdinandi per sostituirla. «Indossa questo», le disse.
«Tieni alta la testa e guarda avanti. Muovi leggermente i fianchi
quando cammini e tutto andrà bene. Vai», la esortò
dandole un colpetto d’incitamento l’attimo in cui la fece entrare
nel salone pieno di giornaliste, buyer e dame. Gesto quello,
che sancì così il suo esordio da modella. Già nel 1953,
all’età di diciotto anni, comparve sulle copertine di Eva e Marie Claire
con indosso dei completi Ferdinandi. In seguito iniziò a sfilare
anche per altri sarti, tra cui Dior, Balenciaga e Givenchy a Parigi
e Carosa e Capucci a Roma, per poi approdare a Hollywood,
dove recitò al fianco di grandi volti del cinema come Kirk Douglas,
Charlton Heston ed Elizabeth Taylor.
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Tra i celebri frequentatori dell’atelier, si ricorda il regista
che ha immortalato e reso proverbiale l’atmosfera della Dolce Vita
grazie all’omonimo film del 1960, ispirato proprio da ciò che accadeva
in quel bailamme di celebrità tra paparazzi, mannequin e vitelloni.
Federico Fellini, come le altre personalità del cinema e dello spettacolo,
era una presenza costante nei locali alla moda di via Veneto.
«Ci conoscevamo e ci ritrovavamo tutti tra un caffè e l’altro»
ricordava, e da subito strinse un rapporto d’amicizia con Ferdinandi,
tanto da andare a trovarlo occasionalmente in atelier
col pretesto di trovare future attrici e comparse, e deliziarsi la vista
con le sue splendide mannequin.


Dove la storia prende forma
Via Veneto entra nel mito: l’atelier di Ferdinandi
— frequentato da attrici, mannequin e dame dell'alta società —
si fonde con la strada
trasformandola nel teatro luminoso della Dolce Vita.